mercoledì 30 marzo 2016

L’ARCHEOLOGO AMR AL-AZM “Lasciamo perdere il 3D crea solo dei simulacri”

da La Repubblica, 30 marzo 2016

di ANNA LOMBARDI

«Sì, il peggio sembra passato: anche se con lo Stato Islamico non si può mai dire, lo abbiamo già visto ritirarsi e poi tentare nuove offensive. Ma di sicuro a Palmira c’è tanto da fare: spero solo si agisca con metodo, senza compiere atti frettolosi». Il professor Amr Al-Azm è l’archeologo che per anni ha guidato i laboratori di restauro dei musei statali siriani. Ora vive in America, dove insegna all’Istituto di studi Mediorientali della Shawnee University, in Ohio. «I danni fatti dall’Is li conosciamo tutti, sono immensi. Ma la buona notizia è che durante l’offensiva non ne sono stati fatti di peggiori. Ora però bisogna vigilare sulla ricostruzione affinché non diventi un mero spot propagandistico».
Perché, cosa teme professore?
«Una ricostruzione frettolosa, che ignori il protocollo da applicare in questi casi. Fatta solo per dire al mondo che l’esercito di Assad è tornato in possesso di Palmira».
Quali sarebbero i passi necessari?
«Innanzi tutto documentare lo stato reale dei monumenti: perché oggi contiamo solo su foto prese da lontano o in segreto dai pochi attivisti ancora in zona. Bisogna mandare subito esperti sul terreno in grado di valutare la stabilità dei monumenti. E cominciare al più presto a raccogliere e catalogare i frammenti dei monumenti distrutti. Le pietre vanno recuperate e catalogate una ad una. Come in un puzzle, si tratta di un processo lungo, ma un restauro diverso potrebbe fare più danni».
E la ricostruzione con la tecnica 3D di cui si parla tanto?
«Con quella si possono al massimo realizzare simulacri che non avrebbero certo lo stesso valore di un restauro archeologico reale. La mia idea è che per l’Arco di trionfo si possa ancora fare qualcosa, le pietre sono lì. Mentre per il tempio di Bal, ecco, magari si può immaginare un restauro fatto con pietre vere e sopperire quelle mancanti col 3D. Ma in ogni caso sarà qualcosa di completamente diverso, perché in questo tipo di ricostruzioni devi mostrare cosa è autentico e cosa non lo è. Anche ricostruito, non sarà mai più in grado di dare la stessa emozione dell’originale».
Se fosse lei a decidere, cosa farebbe?
«Per me la soluzione migliore è restaurare al meglio quel che resta e magari creare un piccolo museo che raccolga la memoria di quei recenti fatti atroci: foto, pietre, testimonianze. Ma il dibattito è aperto».
A Palmira ci sono dei “Monuments Men”, attivisti che si occupano dei monumenti?
«Ci sono persone che fin quando l’area è stata sotto il controllo dell’Is hanno svolto una attività di monitoraggio fondamentale. Ma ora il loro ruolo sarà differente: e altrettanto complicato. Sappiamo che già in passato, ben prima dell’Is insomma, membri dell’esercito sono stati coinvolti in furti di opere archeologiche in quell’area. Non è escluso che questo si ripeta. E per gli attivisti locali denunciarlo potrebbe essere pericoloso proprio come sotto l’Is».
Sta dicendo che il fatto che l’esercito siriano sia a Palmira non preserva l’area?
«Non mi fraintenda: la presenza dell’Is era senz’altro la cosa peggiore. Ma soldati in un sito archeologico non sono storicamente mai stati una buona soluzione. Non sono interessati a prendersene cura e c’è sempre il rischio che singoli individui rubino qualcosa, anche se si tratterebbe di un danno minore rispetto ai furti istituzionalizzati dell’Is. Quello che serve è una presenza super partes. Ma per arrivarci serve ricostruire le infrastrutture e la città moderna, quasi interamente distrutta».
Pensa che sia prioritaria al restauro del sito archeologico?
«Dal punto di vista umanitario la priorità è assoluta. Bisogna far rientrare la gente in città, anche perché senza infrastrutture ogni restauro, appunto, è impensabile».
Il restauro di Palmira avrà un ruolo nel futuro della Siria?
«Assolutamente sì. Zenobia, la regina di Palmira che si ribellò al controllo romano, è una delle nostre principali eroine, quel luogo fa profondamente parte della nostra identità di siriani. Questa è una delle poche cose su cui concordano anche le parti ostili presenti ai negoziati di pace: il patrimonio culturale comune sarà la base per rifondare il Paese. È la nostra sola speranza di rinascita e di futuro».

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