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martedì 5 aprile 2016

Palmira ritorna patrimonio di tutti

L'articolo di Valentina Porcheddu per Il Manifesto 

Palmira ritorna patrimonio di tutti

La città liberata. Intervista a Maamoun Abdulkarim, direttore generale alle Antichità siriane: «Ripareremo ai danni inferti al sito dal Daesh. Ma prima dovremmo iniziare a parlare di ricostruzione culturale»

 
Soldati siriani tra le rovine di Palmira

«Palmira è tornata al patrimonio siriano e io ho ritrovato il senso del mio lavoro perché se in questi ultimi anni ho scelto di non abbandonare la Siria è proprio per non venir meno ai miei doveri di studioso e rivendicare i miei diritti di cittadino». A circa una settimana dalla cacciata dei miliziani del «califfo» Al-Baghdadi da Palmira – la città carovaniera iscritta dal 1980 alla lista dell’Unesco – Maamoun Abdulkarim ci parla al telefono da Damasco. Dalla voce appare sollevato sebbene la sua attitudine resti combattiva. Docente di archeologia romana presso l’Università di Damasco, Abdulkarim ricopre dal 2012 il ruolo di direttore generale alle Antichità e ai Musei siriani, missione che con l’inasprirsi della crisi e l’avanzata del sedicente Stato islamico ha richiesto coraggio, nervi saldi e fiducia in un futuro meno buio, nel quale uomini e pietre possano nuovamente porsi in dialogo col mondo.
Nell’intervista concessa al manifesto nel settembre 2015 definiva Palmira una città in ostaggio. Adesso che è stata liberata, si è già recato sul posto?
Non ancora ma un’equipe del Dgam (Directorate-General of Antiquities and Museums, ndr) è già in azione sul campo. Parallelamente si sta procedendo con lo sminamento perché – com’è noto – il progetto di Daesh era di far esplodere per intero il sito.
Sui media circolano immagini che mostrano lo stato delle rovine dopo l’occupazione dei jihadisti. Scenario non apocalittico ma che lascia ugualmente sgomenti per la gravità dei danni.
Occorre guardare a ciò che non abbiamo perso. Dal punto di vista architettonico, Palmira si conserva quasi integralmente. La cittadella – benché danneggiata dai combattimenti dell’ultimo periodo –, la grande strada colonnata, il tetrapilo, l’agorà, il Campo di Diocleziano, le terme e il santuario di Nabu sono scampati agli intenti distruttivi dell’Isis. Anche le torri funerarie meno elevate sono in piedi. Il paesaggio del sito è salvo, sebbene mutilo. Invece, gli scavi clandestini svolti da Daesh in collaborazione con criminali e «mafiosi» hanno devastato zone ancora da indagare.
In Europa, malgrado il conflitto siriano sia lungi dall’essere risolto, si parla già della ricostruzione di Palmira. È opportuno?
Da parte nostra, abbiamo individuato gli edifici colpiti dall’Isis che sarà possibile recuperare. Ad esempio, la scalinata e il podio del tempio di Bêl – la cui cella è saltata in aria – sono intatti, assieme alla porta monumentale. Anche le mura del recinto persistono. Le colonne non si sono frantumate ma solo «scomposte». Alcuni blocchi della decorazione sono integri e in situ. Secondo i primi riscontri, dunque, il 30% del tempio di Bêl potrà essere restaurato e si potrà eventualmente reintegrare con materiali estratti da cave locali. L’insieme delle operazioni andrà valutato da un comitato internazionale e sotto l’egida Unesco. Le responsabilità devono essere condivise proprio perché Palmira è patrimonio dell’umanità intera. Ma non abbiamo mai pensato di ricostruire da zero i monumenti, il nostro scopo è agire sulla base di presupposti scientifici.
In Italia è stato proposto di realizzare copie dei templi di Bêl e Baalshamin per mezzo di una mega stampante 3d…
La tecnologia 3d sarà senz’altro utile ma per lo studio architettonico finalizzato ai restauri. Le questioni inerenti il patrimonio siriano sono molto politicizzate e rischiano di distorcere la realtà. Per me Palmira appartiene a tutti i siriani, siano essi pro o contro l’attuale governo. Bisognerebbe iniziare a parlare di ricostruzione culturale, piuttosto. In questo senso sono grato specialmente ai colleghi italiani e tedeschi per non aver mai interrotto le relazioni con il Dgam e per averci anzi sostenuto. Sono anche commosso per la sensibilità con cui l’Italia ha voluto onorare – con numerose iniziative – la memoria di Khaled al-As’ad (il direttore delle antichità di Palmira ucciso dall’Isis lo scorso agosto,ndr).
Come rimedierete alle catastrofiche condizioni del museo di Palmira rivelateci dalle riprese post-liberazione?
Per fortuna Daesh non ha usato al museo di Palmira la violenza espressa a Mosul. Le statue che si vedono nelle foto sono quelle che non siamo riusciti a evacuare prima dell’arrivo dei miliziani. Molte sculture sono state sfigurate. Malgrado ciò, sarà possibile effettuare dei restauri persino dell’imponente Leone di Allat, la statua che si trovava all’ingresso ed è stata abbattuta ma non polverizzata.
Le risultano saccheggi?
No, perché prima del maggio 2015 avevamo messo in salvo gli oggetti facilmente commerciabili. Ai jihadisti non interessano le statue perché sono contro la loro ideologia iconoclasta. Cercano oro, argento, monete, vasi, vetri preziosi… Daesh ha venduto licenze di scavo a bande di criminali proprio per ricavarne tesori da immettere nel mercato clandestino. Un giorno potremo riportare i reperti trasferiti a Damasco a Palmira, ma bisognerà attendere la fine delle ostilità. Non solo a Tadmor. In tutta la Siria.

mercoledì 17 febbraio 2016

«Difendere l’arte da guerre e catastrofi» L’Italia vara i Caschi Blu della cultura

da Il Giorno 17 febbraio 2016 
di Beatrice Bertuccioli 
ROMA  
PALMIRA, l’antica città romana devastata dall’Isis in Siria. I giganteschi Buddha distrutti dai talebani nel 2001 in Afghanistan. E’ la ‘pulizia culturale’. Il terrorismo annienta vite umane ma punta anche a cancellare quei tesori d’arte più di altri rappresentativi di un popolo, della sua cultura e identità. E quello che non ha distrutto lo mette in vendita nel mercato clandestino delle opere d’arte per finanziarsi. Talvolta, poi, ci si mette anche la natura, con la sua forza devastatrice. Contrastare questa varia e considerevole furia distruttrice, non è semplice, ma l’Italia è decisa a provarci, e lo fa per prima. E’ stata sancita ufficialmente ieri la nascita della task force dei Caschi Blu della cultura, ‘Unite for Heritage’, una nuova formazione che agirà in ambito internazionale sotto le insegne dell’Unesco, l’Organizzazione culturale dell’Onu. Ieri mattina, presso le Terme di Diocleziano (Patrimonio Unesco, con cumuli di mondezza accanto a uno degli ingressi), la firma e la presentazione da parte dei ministri dei Beni culturali, Dario Franceschini, degli Esteri, Paolo Gentiloni, della Difesa, Roberta Pinotti, dell’Istruzione, Stefania Giannini, e ancora del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette e del direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova.  Era stato il ministro Franceschini a lanciare l’idea dei Caschi Blu della cultura: una proposta poi accolta e sottoscritta, nell’ottobre scorso, da 53 Paesi. L’Italia, dunque, è la prima a mettere da subito a disposizione questa squadra, ma altri Paesi – si spera – faranno presto altrettanto. Per aiutare quei Paesi che da soli non ce la fanno, o che si trovano in una situazione di particolare emergenza.  LA TASK FORCE italiana è composta da trenta carabinieri del Nucleo speciale per la Tutela del Patrimonio Artistico e da trenta civili, esperti come archeologi o storici dell’arte o restauratori dell’Istituti Centrale del Restauro e dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. A Torino, come annunciato dal sindaco Piero Fassino, il centro per la formazione del personale per questa task force. Non interverranno durante i conflitti, ma quando gli scontri saranno finiti: per recuperare, catalogare, restaurare. Oppure prima, per tentare di mettere in sicurezza in vista di un conflitto. O ancora, potranno dare il loro contributo dopo una catastrofe naturale. «Una nazione è viva quando è viva la sua cultura», questo lo slogan dei Caschi Blu della cultura: la frase era scritta su un pezzo di stoffa messo sopra l’ingresso del Museo Nazionale di Kabul, nel 2002. Un monito poi scolpito su una targa in pietra.


Restauratori e militari nascono i “caschi blu” della cultura

Da: La Repubblica, 17 febbraio 2016
Restauratori e militari nascono i “caschi blu” della cultura
SARA GRATTOGGI
ROMA.
Sarà formata inizialmente da trenta carabinieri specializzati e da trenta esperti del Ministero dei Beni culturali, fra studiosi e restauratori dell’Opificio delle Pietre dure e degli istituti per la Conservazione e il restauro, per la Documentazione e il catalogo e per la Conservazione del patrimonio archivistico e librario. Ma in futuro ne faranno parte anche docenti universitari, che hanno già dato la propria disponibilità. È questo il volto della task force italiana di “Unite For Heritage”, nata ieri con la firma dell’intesa fra governo e Unesco. I “caschi blu della cultura” non entreranno in azione su fronti di guerra, ma interverranno preventivamente o ex post in aree di crisi o catastrofi naturali, su richiesta dell’Unesco, per pianificare operazioni di salvaguardia, formare il personale locale, stimare i danni al patrimonio e contrastare il traffico illecito di beni culturali, con cui spesso il terrorismo si finanzia. «Siamo il primo Paese che mette a disposizione dell’Unesco una task force per la difesa del patrimonio mondiale» ha sottolineato il ministro ai Beni culturali, Dario Franceschini, ricordando che è stata proprio l’Italia a presentare all’Unesco la proposta adottata all’unanimità lo scorso autunno. La task force – «un pezzo molto italiano della lotta al terrorismo » per il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni – potrà contare sull’esperienza dei carabinieri del nucleo Tutela patrimonio culturale, già impegnati in passato in Kosovo e in Iraq, dove hanno recuperato «1.700 reperti saccheggiati dal Museo di Bagdad» hanno ricordato il comandante generale dell’Arma, Tullio Del Sette, e la titolare della Difesa, Roberta Pinotti. E in futuro anche il Miur darà il proprio contributo, redigendo «liste di ricercatori e docenti nelle aree necessarie» ha spiegato il ministro Stefania Giannini. Con la speranza, espressa dal direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, che «molti altri Paesi seguano la strada dell’Italia». Nel frattempo, nascerà a Torino un Centro di formazione e ricerca Unesco sull’economia della cultura che «potrà essere utilizzato anche per la formazione del personale in aree a rischio».

Caschi blu della cultura, pronta la task force italiana al servizio dell’Unesco

Annalisa Cinque 

Nascono i «caschi blu» della cultura e l’Italia si conferma in prima linea per la difesa del patrimonio artistico mondiale nelle aree di crisi, minacciato dalla barbarie dei terroristi. Le immagini dello sfregio di Palmira, sito archeologico romano in Siria devastato dall’Isis, hanno fatto il giro del mondo. Diventando il simbolo di «un attacco contro identità, culture e religioni diverse», ha sottolineato il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini alla cerimonia che ha istituito la task force italiana «Unite for Heritage», la prima in assoluto che fornirà un sostegno sul campo all’Unesco. Il gruppo di pronto intervento, composto da personale specializzato civile e carabinieri per la tutela del patrimonio, avrà diversi compiti: valutare i rischi e quantificare i danni al patrimonio, ideare piani d’azione, formare personale locale, fornire assistenza al trasferimento di oggetti in sicurezza e rafforzare la lotta contro il saccheggio e il traffico illecito di reperti. «L’Italia esercita il suo naturale ruolo di leadership nella tutela del patrimonio culturale mondiale con oltre 170 missioni archeologiche in tutto il mondo», ha aggiunto Franceschini, ricordando che è stato il nostro Paese a presentare all’Unesco la proposta dei «Caschi blu». (Il Mattino) 

L’Unesco affida all’Italia i Caschi blu della cultura

Nel giro di poche settimane i Caschi Blu della Cultura saranno operativi. Ieri mattina è stata firmata l’intesa tra il Governo italiano e l’Unesco per la costituzione della task force italiana per la tutela del patrimonio culturale mondiale messe in pericolo da calamità naturali o conflitti. L’Italia mette in campo un primo contingente di 60 unità fra storici dell’arte, studiosi, restauratori e carabinieri del comando tutela patrimonio culturale per intervenire nelle aree di crisi. E apre anche un centro di formazione per i futuri componenti della task force. Il centro avrà sede a Torino, assisterà l’Unesco nell’attuazione della sua agenda e organizzerà corsi di formazione e attività di ricerca in difesa del patrimonio culturale. L’intesa è stata firmata dal ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni e dal direttore Generale Unesco Irina Bokova alla presenza del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, della ministra della Difesa Roberta Pinotti, della ministra dell’Istruzione Stefania Giannini e del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette.  
Il tempio Baalshamin distrutto dai terroristi dell’Isis a Palmira

Prevede la nascita sotto l’egida Unesco di una formazione internazionale ma composta per intero da italiani in grado di agire in situazioni di pericolo. «Un successo italiano nel nome della difesa della cultura e della civiltà», lo ha definito il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini. Un successo e un primato, ha sottolineato: «Siamo il primo Paese che mette a disposizione dell’Unesco una task force completamente dedicata alla difesa del patrimonio culturale mondiale. «La task force - ha spiegato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni - potrà operare con l’Unesco su diversi fronti, dagli interventi di emergenza alle calamità naturali, dal recupero e salvaguardia del patrimonio culturale e naturale al contrasto del traffico illecito. Il patrimonio culturale gioca un ruolo fondamentale nel rafforzare l’identità, la coesione e le capacità delle comunità umane, che sono presupposti per la convivenza pacifica e lo sviluppo sostenibile».  

In futuro, attraverso il contributo fornito dal Miur, entreranno a far parte di questa unità anche atenei e docenti universitari che hanno già manifestato la propria disponibilità. «Il Miur - ha spiegato la ministra Giannini - avrà il ruolo di individuare le competenze scientifiche e di redigere liste di personale qualificato a dare un contributo concreto all’iniziativa». La task force interverrà tramite l’Unesco su richiesta di uno stato membro che sta affrontando una crisi o colpito da una catastrofe naturale per stimare i danni sul patrimonio culturale, pianificare operazioni per misure di salvaguardia del patrimonio culturale e naturale colpito, fornire supervisione tecnica e formazione per assistere i restauratori locali nelle azioni di tutela, prestare assistenza al trasporto in sicurezza di beni culturali mobili, contrastare il saccheggio e il traffico illecito di beni culturali. 

«Spesso in passato ci siamo trovati a difendere beni di valore inestimabile in teatri di guerra - ha detto il ministro Pinotti - oggi per la prima volta costituiamo una struttura in grado di intervenire dove il patrimonio artistico e culturale è minacciato e di farlo in un quadro di legittimità giuridica. Siamo intervenuti in tante aree di crisi e continueremo a farlo sempre operando con rispetto per le autorità locali e per le sensibilità culturali dei luoghi in cui andremo, grazie anche alla grande esperienza dei reparti specializzati del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale».  

di Flavia Amabile, La Stampa 


martedì 16 febbraio 2016

Nascono i caschi blu della cultura

 
Roma, nascono i caschi blu della cultura. Franceschini: "Italia primo Paese" 
Al via la task force italiana "Unite for heritage" sancita dal memorandum firmato oggi nella Capitale tra il governo italiano e l'Unesco
 
16 febbraio 2016
 
"Siamo il primo Paese che mette a disposizione dell'Unesco una task force completamente dedicata alla difesa del patrimonio culturale mondiale. Spero siano molti i paesi a seguire questa strada": parole del ministro dei Beni e delle attivita culturali, Dario Franceschini, a Roma per la firma del memorandum tra Italia e Unesco per la costituzione dei caschi blu per la cultura, la task force italiana che sarà operativa da subito. "Siamo entrati in un tempo che non pensavamo di dover vivere - ha detto Franceschini - Il patrimonio del mondo non è più minacciato nel corso di un conflitto dalle azioni di guerra, come avveniva nella seconda guerra mondiale. Ora la distruzione viene filmata e usata come propaganda, a simbolo dell'eliminazione della cultura diversa". "Il patrimonio culturale è di tutti - ha concluso- e tutti abbiamo il dovere di proteggerlo e difenderlo". "La nostra risposta" agli attacchi contro il patrimonio artistico e culturale - ha commentato la direttrice dell'Unesco Irina Bokova - "è la ricostruzione di un mausoleo, il restauro degli scritti della sapienza islamica, dalla matematica all'astronomia. La nostra risposta è nella ricostruzione del ponte di Mostar". Gentiloni: passo importante contro il terrorismo "La coalizione Unite Heritage "è un pezzo molto italiano per la strategia dell'antiterrorismo. Molto italiano, ma che altri paesi e l'Unesco condividono e che, col passare del tempo, diventerà sempre piu' importante per il contrasto al terrorismo": così il mistero degli Esteri Gentiloni, presente alla cerimonia. Gli attacchi terroristici mirano a "cancellare la diversità e il pluralismo". "Con questa iniziativa - ha aggiunto - diamo il buon esempio, è l'Italia che fa l'Italia, e in una giornata come questa di oggi possiamo esserne orgogliosi". Come funzionerà la task force L'unità specializzata è formata dal nucleo carabinieri tutela patrimonio culturale e dagli istituti del Mibact, istituto superiore per la conservazione e il restauro, opificio delle pietre dure, istituto centrale per la documentazione e il catalogo e istituto centrale per la conservazione e il restauro per il patrimonio archivistico e librario. La formazione a Torino Alle terme di Diocleziano, durante una cerimonia affollatissima, anche il sindaco di Torino, Fassino, che con Franceschini e Gentiloni ha firmato un accordo internazionale per l'istituzione del nuovo centro di formazione Unesco nel capoluogo piemontese. Verranno così formati a Torino anche i funzionari che si occuperanno della difesa del patrimonio artistico e cultura del pianeta. Un'iniziativa fortemente voluta dall'Italia "L'Italia - ha detto Franceschini - è stata il primo Paese a parlare di caschi blu della cultura", in seguito all'indignazione per le distruzioni di siti archeologici compiute dall’Isis. Un progetto che ha preso il via lo scorso ottobre quando è stata approvata una risoluzione all'Unesco presentata dall'Italia e cofirmata da 53 Paesi. - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Nascono-caschi-blu-della-cultura-a-Roma-Franceschini-Italia-primo-Paese-db203361-7c3d-434e-b118-fe77c8759461.html

Caschi blu della cultura: la via italiana della lotta al terrorismo

Così l'on. Rampi oggi dopo la presentazione della task force italiana.

“Oggi alle Terme di Diocleziano l'Italia e l'Unesco insieme hanno dato vita alla prima task force di caschi blu della cultura. Esperti e Carabinieri che combatteranno il traffico di beni culturali, difenderanno il patrimonio, interverranno in zone colpite da disastri naturali”. Lo dichiara il deputato democratico Roberto Rampi. 
Una nazione è viva quando è viva la sua cultura

“Un risultato concreto e straordinario. Quando presentai la prima interrogazione su questo tema in Parlamento - aggiunge Rampi - mai avrei pensato che in tempi così rapidi si riuscisse ad arrivare alla fase operativa. Ancora non c'era stata Palmira. Ma c'erano state le distruzioni di Mosul, il traffico di reperti, la fuga delle nostre missioni archeologiche dalla piana di Ninive. L'Italia c'è e ha fatto la sua parte. E dopo la risoluzione parlamentare attraverso le decisioni prese prima a Milano Expo e poi all'assemblea dell'Unesco oggi quell'idea, quel bisogno diventa realtà.
“La tutela del patrimonio culturale - conclude l’esponente democratico - è lotta a una delle principali fonti di finanziamento del terrorismo e al tempo stesso la difesa della diversità culturale, della convivenza tra culture che è il vero nemico che il terrorismo combatte”.

Nascono i cashi blu della cultura


Martedì 16 febbraio alle ore 11 presso l’Aula X delle Terme di Diocleziano a Roma, il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini, il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Paolo Gentiloni, il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania  Giannini e il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette parteciperanno, insieme al Direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, alla Cerimonia per la nascita della Task Force italiana "Unite for Heritage" a difesa del patrimonio culturale. Parteciperà anche il sindaco di Torino, Piero Fassino che, a margine della cerimonia, firmerà un Accordo internazionale con l’Unesco per l’istituzione del nuovo Centro di formazione a Torino.
Fonte: Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo

martedì 2 febbraio 2016

Come l'ISIS fa soldi con l'arte - Intervista a Fabio Isman, esperto di ricettazione di opere d'arte

Articolo pubblicato il 30 gennaio 2016 su La Voce di New York



Vi spiego come l’ISIS fa soldi con l’arte
Intervista a Fabio Isman, esperto di ricettazione di opere d'arte: l'ISIS è una grave minaccia

Il traffico di opere d'arte rende più della droga e si basa su una struttura gerarchicamente molto ben definita e funzionale alla diffusione degli oggetti. “La comunità internazionale deve fare prevenzione, cominciando con l’istituzione dei Caschi blu della Cultura, come richiesto dall’Italia”

di Ilaria M. P. Barzaghi -
C’è profonda preoccupazione per la sistematica devastazione di opere d’arte e siti archeologici nei territori controllati dall’ISIS, organizzazione che si dichiara intenzionata a cancellare tutte le testimonianze iconografiche, artistiche, culturali di civiltà, ritenute contrarie alla vera fede. La comunità internazionale è stata particolarmente scossa dagli scempi operati a Palmira, dove è stato brutalmente assassinato l’archeologo Khaled al-Asaad, 82 anni, grande studioso che ha valorizzato e difeso a costo della vita il patrimonio culturale della città siriana in cui era nato.
Ma c’è anche altro, di cui si parla meno: la distruzione di copie di opere d’arte a scopo propagandistico (sono comunque immagini che testimoniano una cultura) e soprattutto le finte distruzioni o distruzioni parziali che servono a coprire il commercio illegale delle opere d’arte trafugate, fonte di sovvenzionamento per l’ISIS insieme al petrolio.
Si stima che il traffico di opere d’arte renda più del traffico di droga, ed è certo che provochi un allarme sociale molto minore: è ancora decisamente bassa, inadeguata, la percezione dei danni patrimoniali e culturali che produce (i contesti da cui si prelevano i pezzi da rivendere vengono irreversibilmente cancellati e resi illeggibili).
Conosce molto bene questo fenomeno Fabio Isman, monumentale giornalista di lungo corso – notissimo tra l’altro per aver pubblicato nel 1980 sul Il Messaggero alcuni estratti degli interrogatori di Patrizio Peci (il primo pentito delle BR) – che da decenni se ne occupa con competenza e istinto da segugio. Gli chiediamo perciò di aiutarci a capire meglio i termini del problema in questa fase storica.
Il mercato internazionale è in grado di assorbire questi reperti archeologici trafugati? Chi li compra?
“Il mercato è sempre pronto a prendere nuova ‘roba’. Non più i vecchi, grandi musei, che ormai si sono dati qualche regola (tranne che in Italia…), ma le case d’asta internazionali, che nascondono la provenienza degli oggetti (o nel migliore dei casi sono reticenti) e di fatto sono in grado in questo modo di ‘ripulire’ gli oggetti ricettandoli (come in altri contesti si lavano i soldi sporchi nda.). Poi ci sono le nuove frontiere del mercato, ‘nuovi’ stati interessati: in Oriente, nell’Europa dell’Est, tra i paesi balcanici. Soprattutto, è un mercato a cui non è affatto difficile far assorbire i pezzi che danno meno nell’occhio. Basti pensare che solo dall’Italia approssimativamente tra il 1970 e il 2000 sono stati trafficati circa un milione e mezzo di pezzi scavati illegalmente, secondo una stima dell’Università di Princeton”.
Tu hai studiato molto a fondo le dinamiche del mercato clandestino delle opere d’arte: quali ritieni siano gli strumenti che la comunità internazionale ha a disposizione per intercettare questi oggetti e impedire che siano commercializzati (rendendo così inutile il loro trafugamento)?
La comunità internazionale deve decidere di fare attività preventiva, cominciando con l’istituzione dei Caschi blu della Cultura, come richiesto dall’Italia. E naturalmente ha la massima importanza il controllo del territorio, anche dal cielo, visto che ormai i mezzi ci sono tutti: si possono usare i satelliti e i droni, anche nel caso di zone pericolose”.
Come giornalista di grande esperienza ritieni che i mass media stiano dando la giusta attenzione a quanto sta avvenendo? C’è percezione della gravità della situazione nell’opinione pubblica (in Italia e nel mondo) a tuo parere?
Soprattutto all’estero c’è senz’altro un forte allarme per la situazione di grave minaccia al patrimonio culturale nei territori controllati dal Daesh (preferisco chiamarlo così anziché ISIS, perché non è un vero stato islamico). Per quanto riguarda l’Italia, da noi non c’è assolutamente percezione della gravità di quanto è avvenuto e avviene nel nostro paese”.
Nel tuo libro I predatori dell’arte perduta. Il saccheggio dell’archeologia in Italia ricostruisci molto dettagliatamente il saccheggio organizzato su vasta scala nel nostro paese, la cosiddetta grande razzia, nel corso di circa 30 anni (1970-2000). Cos’è cambiato, com’è la situazione in Italia adesso?
Gli scavi clandestini continuano, non si sono mai fermati, così come il mercato illegale. Il mestiere del tombarolo è una piaga endemica, forse è questo il mestiere più antico del mondo… Il fenomeno, dopo la forte azione di contrasto degli ultimi anni è meno ingente, ma nelle aste il mercato è in ripresa. Quando nel 1971 il celebre Cratere di Eufronio (grande ceramista attico attivo tra 520 e 490 a.C., nda), portato via da Cerveteri è stato venduto al Metropolitan per un milione di dollari (poi restituito all’Italia nel 2008, nda.), hanno capito che si apriva un mercato illegale dalle possibilità straordinarie, in cui si sono buttati in molti. Ora grandi musei come il Met e il Getty (il caso in assoluto più eclatante), non comprano più (sono stati anzi messi nelle condizioni di restituire almeno una parte delle opere di provenienza illecita), ma tantissimi privati sì. Sappiamo da parecchie indagini che esistevano (esistono) molti altri magazzini pieni zeppi di opere che non sono mai stati scoperti”.
La figura del tombarolo è malintesa. Si pensa spesso a una persona modesta che arrotonda scavando e portando alla luce qualche coccio o oggetto come il principale responsabile del traffico di reperti archeologici scavati di frodo. Ma non ci sono solo i piccoli operai dello scavo. Tu parli di una “piramide” di attori con ruoli gerarchicamente ben definiti. E pubblichi anche un vero e proprio organigramma. Di cosa si tratta?
Effettivamente esiste una struttura gerarchicamente molto ben definita, una piramide alla cui base ci sono i piccoli scavatori, che parlano in dialetto, sopra di loro i mediatori locali, poi i mediatori internazionali, e infine i mercanti che trattano con gli acquirenti, in grado di operare ad altissimo livello, di agire internazionalmente, che lavorano in inglese. È una configurazione assolutamente funzionale alla diffusione degli oggetti. È stato trovato un documento preziosissimo, un organigramma scritto a mano, sequestrato dai Carabinieri nel 1996, che ha consentito di comprendere l’organizzazione aldilà di ogni dubbio”.
In questo tipo di indagini, come in tutte quelle relative a una rete criminale organizzata (ovvero ai reati associativi), sono state decisive le intercettazioni.
Assolutamente fondamentali. Perché esiste il mafioso pentito, esiste il terrorista pentito, che parlano. Ma non esiste il tombarolo pentito e l’unico modo per scalfire la straordinaria omertà di questo ambiente sono le intercettazioni. Oltre tutto molti sono i legami e le compromissioni con la mafia. Non potersi più avvalere di questo strumento comporterebbe un danno enorme, la paralisi della lotta a questo tipo di attività”.
A proposito del legame tra terrorismo e traffico clandestino di opere d’arte, c’è un precedente inquietante: sembra che Mohamed Atta, uno degli attentatori dell’11 settembre, stesse cercando di vendere reperti afghani per finanziare l’acquisto di un aereo. Questa vicenda è stata chiarita? Si è saputo se è stato poi comprato un aereo che però non è stato usato nell’attentato?
Si sa che Atta stava cercando di capire come piazzare dei reperti archeologici afghani in Germania, circostanza che è stata testimoniata da una docente di Gottinga. Ma non è stato dimostrato altro. Gli aerei usati l’11 settembre, come sappiamo, erano di linea. Certamente l’arte è una risorsa finanziaria importante, sia per i terroristi che per la mafia. I Carabinieri ritengono che la Natività di Caravaggio, rubata a Palermo nel 1969, sia nelle mani della mafia. E pensiamo anche alla collezione di Ernesto Diotallevi, il boss della Magliana, sequestrata nel 2013: comprendeva tra l’altro quadri di Balla e Schifano, per un valore di circa un milione di euro”.
Cosa resta da fare sia su scala nazionale che internazionale?
Vanno cambiate le leggi. Rutelli e Veltroni avevano preparato degli articolati di legge che poi sono stati lasciati cadere: nel nostro paese, se rubi una mela o un paio di jeans, vai in galera; se rubi un reperto archeologico, no. Il reato di ricettazione deve essere permanente, in modo che i tempi per la prescrizione siano più lunghi. Va intensificato il controllo del territorio, anche satellitare; bisogna smettere di ridurre il numero dei Carabinieri del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale, tagliati dalla spending review. E anche la magistratura ha bisogno di interventi. Un magistrato come Paolo Ferri, che ha inquisito 2.500 indagati su 10.000 (un quarto!), è stato uno straordinario esperto di questo tipo di reati, bravissimo con le rogatorie internazionali, ma ora è in pensione: bisogna formare, allevare una nuova generazione di magistrati specializzati e aprire delle sezioni specifiche per questo ambito. Anche le norme internazionali vanno riviste: è decisamente necessaria una maggiore collaborazione tra Stati, anche ai fini di una omogeneità giuridica che tuttora non c’è. C’è ancora molto da fare. Il problema è che i beni culturali… non votano”.
Il tuo ultimo libro Andare per le città ideali (in uscita a fine gennaio) è una panoramica sull’utopia per così dire “incarnata” in un progetto urbanistico in Italia, dall’antichità, attraverso la ricchezza delle realizzazioni del Rinascimento, fino al Novecento con i villaggi operai come Crespi d’Adda e le città nuove nate dal fascismo delle bonifiche. Qual è la lezione che queste diverse declinazioni dell’utopia possono trasmettere alla città contemporanea, ai progettisti del XXI secolo? E come dialogano con il territorio?
Il dialogo con il territorio è splendido. Le città ideali sono abitate, e vive. Negli ultimi anni per fortuna sono di nuovo apprezzati i valori paesistici, c’è un’attenzione molto più forte ai paesaggi: queste città hanno smesso di essere cose ingombranti, come è successo in passato, e oggi si ha la consapevolezza che sono fonti di ispirazione e bellezze da salvare”.

giovedì 28 gennaio 2016

I reperti trafugati passano dalla Grecia?


Greece is being used as a passage to export illegal antiquities from war-torn Syria and Iraq into the West, experts warn amid reports of a clandestine police operation to net a Syrian suspect.
“Greece is a transit country for migrants and refugees and thus it is likely that antiquities from Syria and Iraq are being smuggled through the country,” according to Lynda Albertson, CEO of the Association for Research into Crimes Against Art.
Illicit antiquities trade is believed to be a key source of income for the so-called Islamic State, also known as ISIS.
Experts say looters use Turkey as a safe house for antiquities plundered in Iraq and Syria before they are exported to Austria, Germany, Britain and the US via Greece.
Turkish authorities have so far confiscated more than 2,000 looted ancient artifacts.
Greek police have strengthened controls and are in close cooperation with Culture Ministry officials, Kathimerini understands.
Meanwhile, police were tipped off about a Syrian native based in Thessaloniki who was allegedly trying to sell ancient coins. Police conducted an investigation in the northern port city as well as Athens but no arrests were made.

martedì 26 gennaio 2016

Using social media to predict when precious antiquities are under threat

Using social media to predict when precious antiquities are under threat
Original article here
By Katie A. Paul
This article is part of Future Tense, a collaboration among Arizona State University, New America, and Slate. Future Tense explores the ways emerging technologies affect society, policy, and culture. On Thursday, Jan. 28, Future Tense will host a happy-hour conversation in Washington, D.C., on using technology to preserve antiquities. For more information and to RSVP, visit the New America website.
For decades, antiquities crimes have had a devastating effect on cultural heritage and international security. The Nazis waged campaigns of theft and destruction throughout WWII, stealing art and antiquities; much remains lost, and pieces are still being returned today. Cambodia continues to seek the return of its priceless treasures stolen by the Khmer Rouge during the country’s genocide. These eras of historic heritage devastation are being repeated again, this time in the Middle East.
Cultural crimes have recently begun making headlines internationally because of their importance in the propaganda and funding of terror groups like ISIS. The group has shocked the global community by systematically destroying UNESCO World Heritage sites in Iraq and later again in Syria. Just this month, satellite images suggested that ISIS destroyed a 1,400-year-old Christian monastery in Iraq. The use of antiquities as a source of funding for their campaign of terror was confirmed in May 2015 when U.S. Special Forces raided the compound of Abu Sayyaf.
But ISIS is not the only threat to heritage in the Middle East and North Africa. Organized criminals across the region are wreaking havoc on archaeological sites and profiting from the plunder of history. The illicit trafficking of cultural heritage is believed to be a multibillion-dollar global trade; INTERPOL places it among the ranks of the illicit trade in drugs and weapons. But there is an information gap, and little data is available on the global magnitude of these crimes.
In an effort to find solutions to this growing challenge that can be adapted on-the-ground in nations facing crisis, the Antiquities Coalition—a nonprofit organization where I serve as chief of staff—conducted a study on the patterns of cultural heritage crimes in Egypt. Egypt has seen a massive increase in threats to antiquities following the instability of the January 2011 revolution. Egyptians are also active on social media—providing a wealth of free and publically available information. All of the data examined was sourced from media or social media, government and civilian sources alike.  
Reports from a variety of international media and social media archaeoactivists—as I like to call them—from January 2011 through December 2015 revealed patterns in illicit heritage crimes (including looting of museums, illegal digging at sites, trafficking at ports, and more) that could aid authorities in protecting antiquities. Major crises or conflicts almost always precipitated the looting, destruction, or attempted attacks of museums. Attacks on antiquities storage facilities followed upheaval immediately—sometimes, within hours—and once those resources were tapped or reasonably secured, archaeological sites became the focus of activity.
Today, Egypt is suffering financially from the significant drop in tourism, diminishing the revenue critical to government bodies charged with protecting these sites, including the Ministry of Antiquities and the tourist police force. Financial strain has left little funding available for resources to protect sites at a time when additional security is needed. Even with these challenges, Egypt’s authorities have made significant efforts in recent years to respond to these crimes. Security has been thinly dispersed across Egypt’s hundreds of cultural heritage sites to protect them with what resources remain available, but it seems that this approach has not been very helpful.
That’s where the recurring cycle of threats to heritage comes into play. Egypt and other countries at risk of crisis can use this pattern to anticipate the types of activities that may precipitate looting and other crimes, allowing them to calculate their responses for efficient allocation of their sparse financial and personnel resources.
This evolution in activity and the cycle it follows is not unique to Egypt. Attacks on museums and heritage institutions during the start of major crises and conflicts are seen elsewhere following all manner of crisis—economic downturn, natural disaster, and political upheaval. Anything that contributes to a breakdown in governance and civil order can serve as a catalyst for this cycle. In the midst of Greece’s 500,000-strong austerity protests in 2012, armed robbers attacked and looted the Museum at Olympia. In Mali in January 2013, the terror group Ansar Dine took over Timbuktu and quickly targeted the country’s historic and valuable Islamic manuscript collection. During the 2014 Ukrainian Revolution, the storage collections of the Museum of the History of Kiev were ransacked and looted. Haiti’s political uprisings in 2004 precipitated the looting of the downtown museum by rebels.
Although the evolution of this process is cyclical, it is also adaptable.  One of the most difficult elements of threats to heritage we are facing right now is the rapid pace at which criminal networks operate, often outpacing the efforts of authorities. The boom of technology and expansion of Internet access on a global scale has provided a new means of keeping up with these crises and the crimes that follow.
Jan. 25 marked not only the five-year anniversary of the Egyptian uprising but also the anniversary of the looting of the Egyptian Museum in Cairo. The threats to Egypt’s heritage today are even greater than they were five years ago. As the reach of terror groups like ISIS continues to spread beyond Iraq and Syria and into North Africa and Europe, their attacks have targeted heritage and tourism in Egypt, Tunisia, and across the globe. Their focus on these targets reminds us of how critical heritage is to economy, stability, and the fabric of society. We must continue to look toward innovative solutions and if needed, use unconventional resources, to find new ways to combat threats to the cultural heritage that defines our common history.
Future Tense is a partnership of Slate, New America, and Arizona State University.
Katie Paul is an anthropologist and archaeologist focusing in the Middle East. She is chief of staff at the Antiquities Coalition, which is based in Washington, D.C

giovedì 21 gennaio 2016

Kurdistan iracheno, scoperte prime tracce umane di 500 mila anni fa

Articolo originale qui: Kurdistan iracheno, scoperte prime tracce umane di 500 mila anni fa

Tracce delle prime occupazioni umane preistoriche del Kurdistan iracheno, risalenti ad almeno mezzo milione di anni fa (Paleolitico inferiore), sono state scoperte dagli archeologi delle università di Udine e di Roma “La Sapienza” nella regione settentrionale dell’antica Mesopotamia. L’ultima campagna di ricerche ha portato anche al ritrovamento di reperti che testimoniano la presenza dell’uomo di Neanderthal e all’individuazione di vaste necropoli di comunità nomadi databili fra la tarda preistoria (circa 6.000 a.C.) e l’età del Bronzo (circa 1200 a.C.). Sono stati inoltre identificati i primi villaggi del 7000 a.C. (Neolitico ceramico), scoperte tre miniere per l’estrazione e la lavorazione della selce e individuati circa 300 siti archeologici datati fra il 7000 a.C. e il 1900 d.C. Dal 2012 l’ateneo friulano è impegnato in campagne di scavo annuali nel Kurdistan iracheno con il “Progetto archeologico regionale Terra di Ninive” (PARTeN), nell’ambito della Missione archeologica italiana in Assiria (MAIA) diretta da Daniele Morandi Bonacossi.

Il ruolo della Regione Friuli Venezia Giulia
«Gli ultimi risultati conseguiti dal “Progetto Terra di Ninive” sono lusinghieri – afferma l’assessore regionale alla Cultura, Gianni Torrenti – e la Regione è orgogliosa di aver sostenuto il lavoro degli archeologi dell’ateneo friulano che dall’inizio della missione a oggi hanno individuato oltre 830 siti».
«Lo studio, la promozione e la difesa del patrimonio dell’umanità sta diventando sempre più centrale nel dibattito della comunità internazionale, non solo dal punto di vista della tutela, ma anche dal punto di vista dell’apertura di canali di dialogo e collaborazione», aggiunge Torrenti, precisando che il convinto sostegno dell’amministrazione regionale a PARTeN è sempre stato fondato sulla convinzione che la missione «oltre all’alto valore scientifico comporti anche altre ricadute importanti dal punto divista simbolico, della cooperazione e dello scambio culturale».
L’occupazione preistorica più antica
La spedizione udinese dell’estate 2015, in collaborazione con le università di Milano e di Roma “La Sapienza”, ha concentrato le ricerche sull’occupazione del territorio durante il periodo preistorico che nella regione è compreso tra 1,8 milioni e 9 mila anni fa (dal Paleolitico inferiore al Neolitico). In particolare, spiega Cecilia Conati Barbaro de “La Sapienza”, «i più antichi strumenti di pietra ritrovati potrebbero risalire a circa mezzo milione di anni fa, se non a un periodo più antico». Si tratta di ciottoli che venivano dotati di margini taglienti mediante l’asportazione di schegge. Grazie anche a questi rinvenimenti di utensili di pietra di vario genere, dalle semplici schegge di lavorazione a manufatti veri e propri, come lame per falcetti e raschiatoi, gli archeologi hanno identificato grotte, ripari e aree di frequentazione delle popolazioni preistoriche. Sono stati anche rinvenuti strumenti di selce, carboni e resti di fauna conservati all’interno di strati protetti dal crollo della volta di una grotta, tracce della presenza dell’uomo di Neanderthal, che viveva nella regione intorno a 60 mila anni fa. Ritrovate anche tre miniere per l’estrazione e la lavorazione della selce utilizzata per produrre strumenti, una scoperta unica per lo studio dello sfruttamento delle risorse del territorio e della relazione uomo-ambiente nella Mesopotamia settentrionale.
Le necropoli megalitiche
Lungo i pendii della catena dei monti Zagros, che si estende dall’Iraq all’Iran per 1500 chilometri, sono state scoperte decine di vaste necropoli a tumulo, databili fra la tarda preistoria e la fine dell’età del Bronzo (6000-1200 a.C.). Queste tipologie di sepolture, caratterizzate dalla presenza di sepolture in tombe coperte da cumuli di pietre, sono probabilmente da attribuirsi a comunità di tipo pastorale e non erano finora mai state attestate nel nord della Mesopotamia. Gli archeologi dell’ateneo friulano hanno già provveduto a schedare le necropoli inserendole in un database georeferenziato (Gis). «Si tratta di una scoperta unica e di incredibile importanza perché – spiega Morandi Bonacossi – documenta un’occupazione della regione da parte di comunità di pastori transumanti nota per ora solo attraverso i testi cuneiformi, ma totalmente sconosciuta dal punto di vista archeologico. Ora sarà possibile studiare la presenza di popolazioni semi-nomadi e la loro integrazione con l’occupazione sedentaria basata su villaggi abitati da coltivatori di cereali».
I siti scoperti
Con i circa 300 siti archeologici individuati l’anno scorso sono complessivamente più di 830 i siti scoperti dalla missione dell’Università di Udine in quattro anni di ricerche nel Kurdistan iracheno. L’ultima campagna si è concentrata sulla ricognizione di insediamenti di epoca preistorica e protostorica risalenti al 7.000-4.000 a.C. Di particolare rilievo è il ritrovamento di una occupazione risalente al VII e VI millennio a.C. (Neolitico ceramico), costituita da una rete di piccoli villaggi che testimoniano le primissime fasi di sfruttamento produttivo del territorio. «Una scoperta fondamentale nello studio delle più antiche comunità agricole dell’Iraq del nord – sottolinea il direttore della missione, Morandi Bonacossi – colte nel momento in cui una stabile economia agricola stava prendendo piede». Le ricerche hanno anche approfondito l’occupazione della regione nell’epoca in cui essa era parte dell’impero persiano dei Sasanidi (224-651 d.C.) e, soprattutto, nella successiva età islamica (651-1900 d.C.). «Una serie di insediamenti fortificati situati in posizioni strategiche sulla sommità dei primi contrafforti dello Zagros – spiega Morandi Bonacossi –, e risalenti al periodo tardo islamico (1500-1900), ha permesso di ipotizzare un controllo del territorio molto più articolato di quanto si potesse supporre da parte degli Emirati curdi che dominavano la regione».
Il sistema di canalizzazione neo-assiro
È proseguita poi l’indagine dei canali assiri che costituisce una delle attività principali dell’Università di Udine nella regione. Lungo il sistema orientale di canali, esteso per oltre 200 chilometri, è stato effettuato un sondaggio di scavo. L’operazione ha consentito di ricostruire forma e portata di questi monumentali canali costruiti a cavallo fra VIII e VII sec. a.C. dal sovrano assiro Sennacherib per irrigare l’entroterra della capitale Ninive e portare l’acqua alla città. I dati raccolti serviranno anche ad elaborare un modello 3D digitale del sistema idraulico costruito dagli Assiri, che arricchirà il percorso espositivo del parco archeologico che l’Ateneo friulano sta preparando in collaborazione con l’Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).
Bilancio della campagna 2015
«Gli ultimi risultati conseguiti – evidenzia Morandi Bonacossi – arricchiscono le conoscenze del periodo preistorico e protostorico di un territorio divenuto di primissima importanza per la ricerca archeologica nel Vicino Oriente e ora minacciato dall’espansione del sedicente Stato islamico. L’antico paesaggio culturale studiato dagli archeologi dell’Ateneo udinese evidenzia come la regione disponga di un potenziale enorme per lo studio della nascita dei primi insediamenti e la loro successiva trasformazione in siti urbani».
Ricerche e sviluppi futuri
La missione dell’università friulana nel Kurdistan iracheno prevede l’avvio nel 2016 di due nuovi scavi archeologici nei siti di Asingrian e Tell Gomel. L’obiettivo è indagare in dettaglio l’occupazione e la cultura materiale dei periodi preistorici e storici più antichi. Grazie a queste ricerche sarà possibile restituire un quadro ancora più completo dell’occupazione della regione dell’Alto Tigri iracheno e delle dinamiche sociali, economiche e culturali che l’hanno caratterizzata.
Il nuovo scavo nel sito di Asingrian mira a studiare la nascita dell’urbanizzazione e l’interazione uomo-ambiente. Le prime indagini del 2015 hanno già individuato l’enorme potenziale archeologico della “Collina di ferro” (questo il significato del nome del sito in curdo) per la storia più antica della regione. Asingrian mostra considerevoli evidenze di insediamento risalenti al XIII-XI sec. a.C. (periodo medio-assiro) e soprattutto al periodo del VI-IV millennio a.C., con probabili tracce di occupazione risalenti anche ai millenni precedenti. L’arco cronologico attestato è quindi estesissimo e copre almeno 3000 anni di occupazione preistorica. E’ tuttavia soprattutto nel IV millennio a.C. che Asingrian emerge come sito chiave per le notevoli dimensioni raggiunte. Ciò fa pensare che l’insediamento potrebbe conservare informazioni chiave per studiare la nascita delle prime città e la complessità sociale ed economica nell’organizzazione delle comunità umane del territorio. Gli scavi saranno diretti da Marco Iamoni, ricercatore di archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico dell’ateneo friulano.
Il secondo nuovo scavo, quello di Tell Gomel, interessa uno dei siti più grandi identificati dalla missione udinese, sia per estensione (20 ettari) sia per spessore della sequenza insediativa (40 metri di deposito archeologico). Riguarderà le ricerche sull’antico impero assiro (IX-VII secolo a.C.) fino, a ritroso nel tempo, all’occupazione umana nel Calcolitico (5000-3000 a.C.), nell’età del Bronzo (3.000-1200 a.C.), del Ferro (1200-600 a.C.) e in età ellenistica (323-31 a.C.). Tell Gomel, infatti, si trova nella pianura dove, nel 331 a.C., Alessandro Magno sconfisse il re persiano Dario III, aprendosi così la strada per la conquista di Babilonia, Susa, Persepoli ed Ecbatana, capitali dell’impero della dinastia achemenide (550-331 a.C.). I risultati delle indagini preliminari hanno identificato importanti fasi di occupazione nelle età del Bronzo e del Ferro, seguite da un intenso insediamento durante il periodo ellenistico e partico (247 a.C.-224 d.C.). Si tratta di un sito guida per lo studio delle dinamiche insediative regionali e dei tratti marcanti la cultura materiale locale a cavallo fra III millennio a.C. e I millennio d.C. Lo scavo sarà volto a studiare e ricostruire le diverse fasi di vita del sito e a porre le basi per un’indagine approfondita dei livelli riguardanti l’età del Bronzo e del Ferro.
I partner
Il progetto PARTeN si svolge in partnership con le autorità locali. In particolare, gli archeologi del Dipartimento di studi umanistici e del patrimonio culturale dell’ateneo udinese collaborano con la Direzione delle Antichità di Dohuk, diretta dal dottor Hassan Ahmed Qasim, e con la Direzione generale delle Antichità del Kurdistan iracheno, guidata da Abubakr Osman Zaineddin. PARTeN è finanziato dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale (Direzione generale per la Cooperazione e lo sviluppo e Direzione generale per la promozione del sistema Paese), dalla Regione Friuli Venezia Giulia, dall’Università di Udine, dalla Fondazione Crup e dallo Studio Giorgiutti e Associati. Il progetto è sostenuto inoltre dall’Ambasciata italiana a Baghdad e dal Consolato italiano a Erbil.

venerdì 8 gennaio 2016

Tackling antiquities trafficking


Tackling antiquities trafficking

In this week’s Utalk, a question from Lesley in London: “How can looted antiquities from Iraq and Syria, for instance, still end up on the art market worldwide, despite the existence of several international conventions designed to protect world heritage?”
Zeynep Boz, from the United Nations’ Section for Cultural Heritage Protection Treaties answers: “Preventing illicit trafficking in general is our daily task: I mean we’re being vigilant on any country’s cultural property which might be illicitly exported, but for Iraq and Syria we have specific people working on this issue.
“International conventions are quite important, but we should keep in mind that they are the starting point, and the next point is their implementation at national level.
“It’s also very important to know that cultural properties are not like drugs or arms. For drugs for example, in customs, you have sniffer dogs, or you have metal detectors for arms, but it’s not possible for cultural property. In general we’re talking about very small artifacts which can be hidden very easily on people travelling.
“Nowadays we’re luckier because there is a huge political interest on the protection of cultural heritage in conflicting countries.
“I’d like to highlight the UN resolution 2199 here because it brings a worldwide moratorium on Iraqi and Syrian artifacts. In this case we promote ‘due diligence’ practices. Due diligence is the term which shows the care that you show on an artifact before buying it or before offering into sale. This resolution also brings sanctions for illicit trafficking of cultural artifacts – the same sanctions that with oil smuggling.”

giovedì 26 novembre 2015

Unesco: pronti i caschi blu della cultura

Da: Il Caffè Geopolitico 25 novembre 2015

Non solo petrolio, razzie di beni privati, acquisto agevolato di armi da Paesi complici: per finanziare la propria guerra, il sedicente Stato Islamico saccheggia i musei e ne rivende i capolavori sul mercato nero globale dell’arte. Per di più, se il patrimonio artistico appare blasfemo, o impossibile da trasportare, sceglie spesso di distruggerlo. Ecco allora la proposta tutta italiana di inviare personale ONU specializzato durante le missioni di pace.
COMUNICARE LO SMANTELLAMENTO DI TRADIZIONI PLURIMILLENARIE – Non convince la tesi per cui il Califfato impiegherebbe tempo ed energie a distruggere un patrimonio culturale come quello siriano, tra i più antichi e preziosi al mondo, “solo” per questioni di mancata accettazione della concorrenza storico-ideologica. Come se abbattere templi e statue potesse fornire l’illusione di essere gli unici autentici padroni di un territorio che ha fatto da culla alle prime civiltà strutturate. Come se devastare un museo equivalesse a ristabilire la supremazia dell’Islam sull’iconografia “infedele” di precedenti popoli. Chiaro per l’appunto che tale tesi non soddisfi, e che dunque questo impegno a eradicare il passato rientri in una più generale strategia di “comunicazione esterna” di cui l’ISIS si serve non solo per terrorizzare l’Occidente e destabilizzare l’opinione pubblica mondiale, ma anche per adescare nuove reclute. Una sorta di esibizionismo che spesso sconfina nel macabro, come ben ricordiamo dalla decapitazione di Khaled Assad, ottantaduenne responsabile del sito archeologico di Palmira, il cui corpo è stato appeso a un palo con manifestazioni di giubilo. Come sottolineato nel rapporto ISPI curato da Paolo Magri e Monica Maggioni, quest’attenzione pervasiva ai mass media e all’autoesaltazione delle proprie “gesta eroiche” non è un fatto nuovo per il terrorismo di matrice jihadista, che da Al-Qaida in poi − ma anche da prima − amplifica la potenza delle proprie azioni tramite la propaganda, rendendo la propria “causa” allettante agli occhi di potenziali “combattenti” e catalizzando da parte dell’Occidente reazioni disarticolate ed esagerate, ma soprattutto estemporanee anziché ragionate, che aggravano il problema fornendo ai jihadisti un vantaggio strategico.

KABUL 2001, BAGHDAD 2003, PALMIRA 2015: LA STORIA SI RIPETE – Quella dei saccheggi e delle devastazioni perpetuate ai danni del patrimonio artistico durante gli eventi bellici è una questione antica quanto il mondo. In area “ex mesopotamica” e, più in generale, nord-orientale si è però caricata spesso − e in particolar maniera negli ultimi decenni − di forti connotazioni ideologiche, e di una ciclicità che non lascia scampo alle responsabilità diffuse di una comunità internazionale troppo passiva. Mir Abdul Rauf Zaker, direttore dell’Istituto Nazionale di Storia di Kabul, ha ben descritto il piacere sadico − quasi si trattasse di una “missione personale su mandato divino” − che pareva invadere i Taliban nel marzo 2001mentre erano intenti a far scempio con l’accetta dei tesori del Museo nazionale della capitale afghana, in ottemperanza all’editto del 26 febbraio con cui il mullar Mohammed Omar Mujahid − poi ridotto in clandestinità dall’attacco statunitense seguito all’attentato delle Torri Gemelle − aveva statuito la distruzione di tutte le opere di arte figurativa (in quanto un’interpretazione ristretta del dettato coranico vieterebbe di raffigurare la divinità per arginare fenomeni idolatrici). E ancora, la sofferenza dei custodi dell’arte si ripropone a Baghdad, due anni dopo, con ingenti razzie all’interno del Museo Nazionale Iracheno, dettate certamente dalla previsione di notevoli ritorni economici, ma al contempo dall’esigenza di manifestare un’insofferenza più o meno giustificabile contro “l’invasore statunitense” e l’esportazione forzata di modelli democratici ritenuti non aderenti al proprio spazio socio-istituzionale. Ma la profanazione raggiunge l’apice anche mediatico dal febbraio all’ottobre di quest’anno, con le violenze perpetrate contro il sito UNESCO di Palmira, e in particolare con il danneggiamento del canaanitasantuario di Baalshamin e dell’arco di trionfo di epoca romana. Già, romana. Sarà un caso? Impossibile evitare di pensare al riferimento a Roma, sede del papato. Peraltro le vestigia di questa “Sposa del Deserto” sono finite coinvolte in combattimenti pluristratificati, con danneggiamenti causati anche da altri attori del conflitto, quali ad esempio le milizie YPG curde, le truppe governative, alcune fazioni dei cosiddetti ed eterogenei “ribelli siriani”. Non solo ISIS, purtroppo, e questo rende tutto più complicato anche a livello di responsabilità che dovranno essere accertate.
REPARTI “OPERATIONS” DELL’UNESCO NELLE MISSIONI DI PEACEKEEPING – In questo quadro tetro, magra (ma non troppo) consolazione può essere suscitata da un proposito − perché di questo ancora si tratta − che ha trovato attenzione e accoglimento da parte del Comitato Esecutivo Unesco di Parigi lo scorso 19 ottobre, e approvazione definitiva per acclamazione da parte della Conferenza Generale Unesco il 13 novembre, e che si spera in tempi rapidi possa essere declinato operativamente. Il riferimento è alla proposta tutta italiana − avanzata dal ministro Franceschini insieme al ministro Gentiloni e al premier Renzi e co-firmata da 53 Paesi con l’endorsement dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU − di includere una “componente culturale” nei reparti di peacekeeping epeace-enforcement destinati a teatri complessi e a rischio come quello siriano. L’Italia, insomma, si confermerebbe protagonista della cultural diplomacy − da altri soprannominata brand diplomacy − sulla scena internazionale, anche in forza della propria indiscussa supremazia storica (nonché della propria posizione di primo Paese al mondo per numero e diversità di siti Unesco). Al momento i dettagli non sono molti, e trattandosi di Nazioni Unite è bene andarci cauti con l’ottimismo: le difficoltà nell’implementazione del progetto saranno molte, a partire dalla composizione di queste task force, fino alla sempreverde carenza di fondi, dalla difficoltà di individuare i criteri per stabilire priorità tra tutti i siti che andrebbero protetti, fino alla possibilità tecnologica di prevenire effettivamente disastri di natura umana. L’impegno italiano in questo senso, comunque, ha radici consolidate: anche in EXPO, durante la due giorni che ha impegnato più di 80 ministri della Cultura da tutto il mondo, la salvaguardia del patrimonio in situazioni di guerra è risultato tema centrale. Le guerre, soprattutto quelle paraufficiali, si finanziano con i traffici illeciti su scala globale: traffici di droga, armi convenzionali e non, tabacco, mercenari, giovani donne, bambini-soldato, organi, oggettistica museale. Si spera che a breve potremo togliere almeno l’ultima voce da questo angosciante elenco. Infine, se si trattasse “solo” di fasti antichi parleremmo di “poca cosa” di fronte alle tragedie umanitarie in essere nel mondo: tutto ciò diviene interessante invece se la volontà di tutelarle si intende quale metafora di un riconoscimento del fatto che per provare a risolvere i conflitti del XXI secolo è imprescindibile la perizia culturale (ovvero la capacità di estinguere il contendere attraverso la mediazione tra codici etnici e intergenerazionali).
IL DIRITTO/DOVERE ALLA TUTELA DEI PATRIMONI DELL’UMANITÀ – C’è comunque un aspetto importante da considerare. Se è noto che i confini e le definizioni del diritto internazionale sono tanto più esposti a differenti interpretazioni e gradazioni attuative quanti sono gli ordinamenti più o meno giuridicamente strutturati che prendono in causa, ciò non può che confermarsi vero per la tutela dei “patrimoni dell’umanità”, materiali (una colonna, una cascata, un volume a stampa, ecc.) o immateriali(un dialetto, un modo musicale, una tradizione coreutica, una preghiera, ecc.) che siano. Ciò peraltro non esclude l’esplicitazione di casistiche precise e dichiarazioni di princìpio in merito all’interno di fonti normative. Nel Chicco in più una rassegna di base dei sovracitati diritti e doveri di ciascuno di noi.